giovedì 19 gennaio 2017

Parla con me


"Her" di Spike Jonze - 2013


"Per milioni di anni il genere umano 
ha vissuto come gli animali.
Poi è accaduto qualcosa che ha liberato
la forza della nostra immaginazione.
Abbiamo imparato a parlare"
(Stephen Hawking)



La postura fisica e psichica di una persona è l'insieme delle forze che perturbano la dinamica dei suoi movimenti.

Queste forze si dividono in esogene (traumi esterni) ed endogene (atteggiamenti di compenso antalgici, strutturali, disfunzionali della fisiologia dei sistemi sensoriali, ecc.).

Tutti gli apparati sono necessari al fine di permettere il mantenimento della posizione eretta, della deambulazione o dei passaggi posturali; ma vi è sicuramente una predominanza o specificità della funzione. Come in biologia, dove ogni tipo di funzione è presente nella cellula, ma la sua appartenenza a un tessuto ne fa risaltare la funzione dominante (funzione contrattile, di conduzione, di trasporto, ecc.) in rapporto al compito che il tessuto deve svolgere all’interno dell’organo.

Un esempio sono gli automatismi neurologici di origine sottocorticale (quindi inconsci) che sono alla base degli atti volontari (consci) nel compimento di qualsiasi movimento: senza questi automatismi strutturati durante la nostra ontogenesi, le nostre abilità manuali fini, la capacità di fuga o anche il semplice camminare non sarebbero realizzabili.

Quello che percepiamo del movimento è solo la parte emersa e il risultato finale di una grande quantità di meccanismi chimico-fisici interni al corpo, a partenza cellulare.

Questo sistema ha bisogno di un equilibrio nella massima economia metabolica possibile: è una legge di sopravvivenza biologica che riguarda tutto il mondo animale. Ma fino ad ora sappiamo che l’uomo forse è l’unico ad avere una possibilità in più per la propria sopravvivenza, costituita dalla capacità di comunicare con i propri simili a un livello superiore, cioè a metacomunicare.

La raffinatissima vocalizzazione umana è permessa da strutture che si sono adeguate a un’evoluzione di carattere antigravitario.

La postura umana è una funzione derivante dalla comunicazione verbale e gestuale.

Quale ruolo svolge l’osso ioide nella fisiologia della postura?



osso ioide



Anatomicamente l’osso ioide è a forma di ferro di cavallo; sopra ha due protuberanze dette piccole corna. La porzione delimitata tra le due piccole corna in senso mediale è il corpo dello ioide; le restanti parti pari e simmetriche che si allungano postero-lateralmente, sono le grandi corna. Solo in età adulta le varie parti che lo compongono si saldano insieme.

Topograficamente lo ioide è posizionato supero-anteriormente alla cartilagine tiroidea della laringe e infero-lateralmente alla mandibola. È collegato, attraverso connessioni muscolari, legamentose e membranose, a molte strutture mobili del corpo. Sull’osso ioide c’è lo spazio per 24 inserzioni muscolari pari e simmetriche e a 9 inserzioni membranose-legamentose. Ciò dà allo ioide un ruolo fondamentale nel bilanciamento delle dinamiche posturali e funzionali.

La somma algebrica vettoriale delle tensioni dei muscoli, dei legamenti e delle fasce che s’insertano sull’osso ioide, lo rendono un punto di snodo centrale per la masticazione, la deglutizione e la fonazione.

Rispetto a tutti gli altri animali e anche agli stessi mammiferi, l’osso ioide nell’uomo passa da una posizione più craniale (come si rivela negli scimpanzé e nei neonati degli essere umani dove è necessario potersi alimentare e respirare contemporaneamente) a una posizione più caudale (dell’adulto), dilatando la faringe a beneficio di un’emissione vocale più fine e complessa.

L’osso ioide segue un’evoluzione strutturale e morfologica parallela all’allontanamento del baricentro corporeo dalla base di appoggio. Permette a strutture anatomiche di evolvere strutturalmente e morfologicamente per arrivare a una comunicazione fonetica complessa e ha il compito di preservare la laringe da compressioni nei movimenti di torsione, di flesso-estensione o d’inclinazione laterale del capo, in rapporto al cingolo scapolare.

L’osso ioide è un ripartitore di forze vettoriali pluridirezionali e funziona come un centro frenico densificato.

“Che senso avrebbe una struttura ossea in una zona a predominanza organo-viscerale, se non quella di concentrare e ripartire tensioni mio-fasciali e pressorie indotte e di elevata potenza rispetto al volume?” (Macrì G.; Macrì P.; Panero A., 2014)





giovedì 12 gennaio 2017

Soluzione o Maturazione?

"Truman Capote" foto di Irving Penn - 1965




Due tipi di persone possono bussare alla porta di uno studio di psicoterapia: la persona col problema o la persona in crisi.

Il primo tipo di persona, che diventerà il paziente di tipo “A”, sa esattamente qual è il problema e cosa s’aspetta che lo psicoterapeuta possa fare in proposito. 
A questo punto lo psicoterapeuta si trova in questa situazione: il paziente “A” vuole che lo psicoterapeuta “X” faccia un lavoro che “A” non vuole fare personalmente, oppure sente di non avere i mezzi per farlo, oppure preferirebbe che lo facesse “un esperto”.

Il paziente “A” vuole sfruttare la competenza tecnica dello psicoterapeuta, la sua formazione e la sua abilità. Egli potrà guardare al terapeuta per avere una conferma o l’approvazione per qualcosa che egli già conosce ma di cui non sa convincere gli altri, oppure perché gli vengano fornite le tecniche utili a raggiungere un obiettivo.

Il paziente “A” è un soggetto che tende a utilizzare una forma di pensiero iper-concreto, con le seguenti caratteristiche:

-       Il pensiero è un prodotto del pensare; esso si sviluppa dal pensare
-       Il pensiero richiede un pensatore; esso deve la sua esistenza a un pensatore
-       Il pensiero può essere posseduto come un oggetto: i “miei” pensieri, i “tuoi” pensieri
-       Il pensiero può essere utilizzato e manipolato secondo esigenze specifiche
-       Il pensiero può essere vero o falso
-       Il pensiero richiede esegesi: spiegazione, giustificazione e dimostrazione
-       Il pensiero può essere insegnato
-       Il pensiero può essere controllato, cioè averlo, scartarlo o svilupparlo come si preferisce.

Il secondo tipo di persona, quella in crisi, diventerà il paziente di tipo “B”.
Egli sembra alquanto incerto su quale sia il suo problema. Può raccontare una storia che può far sentire incerto anche lo psicoterapeuta e che richiede del tempo per essere focalizzata. Il paziente di questo tipo sta sperimentando un senso di frustrazione, di perdita di punti di riferimento, d’inquietudine; si divide in questa esperienza, vale a dire che essa è interna ma anche esterna all'esperienza soggettiva.

Egli annuncia di avere la consapevolezza di una crisi in atto e di sentire che qualcosa sta aspettando di essere trovato e formulato nel corso dell’esplorazione e dell’interpretazione durante la terapia.
Il paziente “B” è un soggetto che tende a utilizzare un tipo di pensiero fluido, dalle caratteristiche sensoriali accentuate:

-       Il pensiero non è il prodotto del pensare, ma si evolve attraverso la comunicazione del pensiero stesso
-       Il pensiero non richiede l’esistenza di un pensatore, sebbene un pensatore sia necessario per riceverlo e renderlo pubblico
-       Il pensiero non è oggetto di possesso, non è una proprietà: non ci sono “miei” pensieri o “tuoi” pensieri
-       Il pensiero non è vero o falso, semplicemente esiste
-       Il pensiero non richiede un’esegesi, ma la pratica della consapevolezza
-       Il pensiero non può essere insegnato ma può solo essere mostrato
-       Il pensiero non può essere controllato ne sviluppato, ma piuttosto è il pensiero che ci controlla e ci sviluppa

Il paziente “B” funziona secondo una modalità di pensiero collettivo che va chiarito perché rappresenta un concetto poco consueto nella nostra cultura del possesso.

Il pensiero è oggetto di esperienza emotiva e fa sentire la sua presenza inizialmente come qualcosa d’assente, di non lì e cioè un non-pensiero. Questo tipo di pensiero emerge da qualcosa di sconosciuto, che è sentito come frustrazione, limitazione, oppressione, terrore o mistero e questa cosa sconosciuta comincia a prendere forma attraverso un’esperienza simile all’essere raccontati a se stessi.

Il racconto a se stessi è comunque sempre in connessione con un’altra persona, un gruppo, un’istituzione, una società, un mondo.

Questo pensiero è di tipo sistemico. E’ un’esperienza percettiva/sensoriale/intellettuale sempre contestuale, collettiva, mai “privata”. C’è sempre la presenza implicita dell’altro, interiormente ed esteriormente.

Il pensiero non è mai un linguaggio personale completamente privato, così come lo concettualizza Wittengstein, ma una realtà psichica collocata sempre in ambiti di relazione” (Armstrong D., 1988).





sabato 7 gennaio 2017

Piccole Bugie, Innocenti Mai

"The Sacrament" serie fotografica di Oleg Oprisco - 2016


Le piccole bugie quotidiane creano una separazione tra il mondo privato e quello pubblico.

Sono leggere distorsioni della realtà che si riverberano, quasi impercettibilmente, sull’autenticità nel contatto che il soggetto ha con la realtà e si producono sotto l’effetto di una sua esigenza di controllo.

La verità, l’asserzione percepita come corretta e affidabile sugli accadimenti della propria realtà corporea, è un flusso che funziona per osmosi e capillarità: una verità chiama l’altra in un dispiegamento descrittivo che delinea l’ambiente, i fatti e colloca l’individuo al centro di questo dinamismo.

La bugia, per quanto piccola e mai innocente, interrompe il flusso dinamico della verità. 

Interrompe lo scambio e il baratto delle opinioni, che ne incarnano la natura più mondana.

Posta a ostacolo oltre il quale non è consentito vedere, la menzogna protegge chi la pronuncia, esclude l’interlocutore e gli sottrae la partecipazione alla verità, l’essenza reale della relazione.
Con la bugia l’individuo compie il gesto paradossale di affermare di non essere, inconsciamente affermando, forse, la più grande realtà attuale sulle sue percezioni: non vuole essere ciò che sa di essere.

La menzogna permette di appartenere a ciò che è percepito come altro da sé, negando e rifiutando le qualità specifiche del Sé.

Aleksandr Isaevic Solzenicyn, autore di “Una giornata di Ivan Denisovic” e di “Arcipelago Gulag”, Nobel per la letteratura nel 1970, scrisse che la bugia è sempre inestricabilmente legata alla violenza e si riferiva alle bugie di Stato, alle deportazioni, alla dittatura comunista nell'Unione Sovietica.

Il binomio bugia/violenza compare anche sul piano relazionale: la bugia squarta il velo contenitivo della relazione e scaraventa il fruitore della menzogna lontano dalla realtà del bugiardo.

Tuttavia maggior interesse, anche perché minore è stata la letteratura prodotta a riguardo, è lo scenario intrapsichico. 

Il binomio tra bugia e violenza che trama tesse dentro al bugiardo?

Cosa racconta la violenza intima di chi si nasconde dietro alle sue bugie?

Da dove nasce la violenza che genera la bugia? 

Quale verità essa racconta del rapporto che il soggetto ha con se stesso?

La verità non è la lotta tra l’asserzione vera e quella falsa, ma l’apertura all’universo del senso ambivalente della realtà corporea, che sta prima di ogni significato e dopo ogni conclusione” (Galimberti U., Il Corpo)






giovedì 29 dicembre 2016

Fermi sulla soglia di una relazione

foto di Eugenio Recuenco





Una buona respirazione fa emergere le emozioni che però costituiscono un pericolo per il controllo. 

Una respirazione limitata assicura una protezione dalla percezione della tristezza, della rabbia, della paura.

Da bambini si impara a trattenere il respiro per bloccare il pianto, portare indietro le spalle e irrigidire il petto per contenere la rabbia, contrarre la gola per non urlare. Il risultato di ognuna di queste operazioni è quello di limitare e ridurre il respiro.

Per converso la soppressione di una qualsiasi emozione porta a un’inibizione del respiro. Da adulti si inibisce la respirazione per mantenere la repressione di queste emozioni, così l’incapacità di respirare normalmente diventa l’ostacolo principale al recupero della salute emotiva.

Nella personalità con caratteristiche paranoiche la respirazione è limitata al torace, con esclusione dell’addome. Nella personalità con caratteristiche narcisistiche la respirazione è soprattutto diaframmatica, con scarso coinvolgimento del torace.

Nell’individuo paranoico il diaframma è immobilizzato e i muscoli addominali sono fortemente contratti. Queste tensioni escludono le sensazioni nella parte inferiore del corpo e in modo particolare le sensazioni sessuali al livello della pelvi. 

Il petto è mantenuto sgonfio ed è generalmente stretto e contratto. L’inspirazione perciò è limitata e ne risulta un inadeguato apporto di ossigeno e un ridotto metabolismo. 
L’inspirazione corrisponde letteralmente a succhiare dentro l’aria e richiede un atteggiamento aggressivo verso l’ambiente. Ma nello stato paranoico, distaccato dal mondo sul piano emozionale, l’aggressività è ridotta. 

Il soggetto manifesta un rifiuto inconscio a respirare perché è fissato allo stadio prenatale, quando i suoi bisogni di ossigeno venivano soddisfatti senza sforzo da parte sua. Per vincere il blocco paranoico dell’inspirazione è necessario sciogliere il terrore e mobilizzare l'aggressività. Il paranoico deve sentire che nella vita ha diritto a chiedere, a succhiare, a prendere.

Nell’individuo narcisista, nel quale l’aggressività non è bloccata come nel paranoico, il torace è immobile mentre il diaframma e la parte superiore dell’addome sono relativamente liberi. 

Il torace è mantenuto espanso e i polmoni possiedono una notevole riserva d’aria. Per il narcisista è difficile espirare completamente, si aggrappa alla riserva d’aria come una garanzia di sicurezza. Espirare è un processo passivo, equivale a lasciar andare: la piena espirazione è un cedere, arrendersi. Lasciare andare via l’aria viene vissuto come un lasciare il controllo, cosa che il soggetto teme. 

La respirazione diaframmatica nel narcisista è più funzionale di quella toracica del paranoico. Con tale respirazione si ha il massimo d’aria con il minimo dello sforzo. Tuttavia, quando nella respirazione non c’è coinvolgimento sia del torace sia dell’addome, l’unità del corpo è spezzata e la capacità di risposta emotiva è limitata.

L'atteggiamento corporeo del paranoico sembra dire "io non mi coinvolgo", l'atteggiamento corporeo del narcisista sembra dire "io non mi concedo". E anche se da posizioni differenti, entrambi rimangono bloccati sulla soglia di relazioni di cui hanno bisogno, ma alle quali non possono arrendersi.








lunedì 19 dicembre 2016

Il fallimento del successo

Norma Jeane Mortenson Baker Monroe (1926 - 1962)




"Attento a ciò che desideri,
perché potresti ottenerlo"
(Oscar Wilde)



Spesso non c’è nessuna ragione apparente che giustifichi una reazione depressiva.

In molti casi si verifica quando tutto sembra andare per il meglio, quando la persona è sul punto di conseguire ciò a cui ambisce o quando lo ha appena raggiunto.

L’apparente contraddizione tra il successo e la depressione si può spiegare se supponiamo che il successo non fosse il vero scopo della persona. Se lo scopo era sentirsi amati e il successo è stato concepito inconsciamente come un mezzo per ottenere amore, il fatto di non essere riuscito a ottenerlo non può che tradursi in una grave delusione. E siccome le persone che attuano questo tipo di progetto hanno uno scarso contatto con la propria realtà interiore e i propri sentimenti, non riescono a sentire la propria delusione ed entrano in depressione.

La reazione depressiva può svilupparsi in un modo talmente insidioso che, quando è arrivata al suo massimo, l’individuo può aver dimenticato l’evento specifico che l’ha messa in moto.

La depressione è causata dalla repressione dell’emozione e non può essere considerata a sua volta un’emozione. Essa rappresenta l’assenza di emozione. Non è un sentimento vero e proprio e non dovrebbe essere confusa con un sentimento reale come sentirsi tristi o malinconici, che comporta elementi di tristezza e di solitudine. I sentimenti e le emozioni sono risposte dell’organismo ad avvenimenti dell’ambiente; lo stato depresso è mancanza di risposte.

Quest’assenza di vitalità rispecchia schemi comportamentali acquisiti precocemente.

La depressione colpisce molte persone proprio nel momento in cui raggiungono i propri obiettivi. Avendo lavorato duramente per ottenere le condizioni che ritenevano adatte a rendere possibile il piacere, scoprono improvvisamente che questo non è possibile.
Il piacere è precluso dalla loro incapacità di protendersi e prenderlo.

Il piacere sta nel protendersi e nell’aprirsi, non solo mentalmente, ma con il corpo, che dev’essere libero da tensioni muscolari che ne limitano i movimenti” (Lowen A., Pleasure: A Creative Approach to Life).

Ci sono due movimenti per protendersi: uno con la bocca (impulso infantile di protendersi verso il cibo), l’altro con le braccia (impulso infantile di essere preso in braccio).
Nella vita adulta, questi due movimenti si traducono nel bacio e nell’abbraccio affettuoso.

Entrambi sono gravemente limitati nelle persone depresse.

Vi è una mancanza di sensazioni alle braccia per la contrazione dei muscoli del cingolo scapolare e il movimento in avanti delle labbra è inibito dalla spasticità dei muscoli facciali. Il labbro superiore teso indica una tendenza a trattenere le sensazioni. Una mascella tesa e rigida, esprime un atteggiamento negativo e blocca il labbro inferiore impedendogli di venire in avanti liberamente.

Se una persona non può protendersi, deve manipolare l’ambiente in modo che il piacere le venga offerto.

Quando riceverà quest’offerta comunque la rifiuterà secondo uno schema affettivo che esprime il drammatico dilemma del depresso: “Non sei venuto quando ti volevo e adesso non ti voglio più”.

Questo rifiuto permette al soggetto di mantenere il controllo su una situazione che potrebbe essere particolarmente frustrante: avvicinarsi al piacere, quando viene offerto, e scoprire di essere incapaci di aprirsi e prenderlo.

Ciò comporterebbe il contatto con emozioni rimosse di frustrazione, rabbia, solitudine e disperazione, intollerabili per le persone depresse.

Il lavoro con questi soggetti porta a buoni risultati quando prevede una certa quantità di lavoro sulle tensioni muscolari e la revisione degli episodi dell’infanzia che possono essere stati alla base di potenti meccanismi di rimozione.




giovedì 8 dicembre 2016

Noia & Angoscia

"Eyes Wide Shut" di Stanley Kubrick - 1999



"L'angoscia vera è fatta di noia"
(Cesare Pavese)



L’angoscia è un sintomo nevrotico, si può non avvertirla pienamente, in quanto rimossa, ma si manifesterà sotto forma di irrequietezza, aumento del ritmo cardiaco o respirazione affannosa.

L’angoscia è l’esperienza di provare difficoltà nel respirare durante qualsiasi eccitazione bloccata” (Perls F., 1951).

Cercare di immettere più ossigeno nei polmoni immobilizzati dalla contrazione muscolare della cavità toracica è il conflitto tipico del nevrotico.

Il termine eccitazione indica la mobilitazione di energia per un interesse particolare o  un contatto fisico, sia esso erotico, aggressivo, creativo.

Nell’eccitazione c’è sempre un brusco aumento nell’intensità del processo metabolico di ossidazione delle sostanze nutritive immagazzinate e quindi un bisogno immediato e imperioso di più aria. L’organismo sano risponde in maniera semplice aumentando ritmo e ampiezza della respirazione.

Il nevrotico tende invariabilmente a controllare l’eccitazione e intervenire sul processo respiratorio. Egli cerca di creare l’illusione di essere freddo, di rimanere calmo e distaccato, autocontrollato.

Invece di intensificare spontaneamente la respirazione, egli deliberatamente cerca di respirare nello stesso modo di prima; cioè, prima che si verificasse l’eccitazione accompagnata dall’aumentato ritmo di ossidazione.

Poi, suo malgrado, restringe il petto per forzare la respirazione e sbarazzare i polmoni dell’anidride carbonica (prodotto secondario dell’ossidazione) creando così un vuoto che richiami altra aria.

L’angoscia (termine derivante da angustia, ristrettezza) si verifica con la costrizione involontaria del petto. Essa si sviluppa in tutte le situazioni, nevrotiche o meno, in cui l’organismo viene privato dell’ossigeno adeguato. L’angoscia pertanto non è di per sé un sintomo nevrotico, ma si manifesta nella nevrosi come una misura di emergenza prodotta dal conflitto tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo.


L’angoscia e la paura vanno distinte. La paura viene sperimentata nei confronti di qualcosa di spaventoso nell’ambiente, che deve essere affrontato o evitato. L’angoscia è un’esperienza interna-organica che non ha riferimento diretto ad oggetti esterni. 

L’eccitazione prodotta dalla paura, se repressa, dà luogo all’angoscia; ma ciò è valido anche nel caso della repressione di qualsiasi altra eccitazione. È vero che molte situazioni fanno sorgere paura, ma una persona che cerca di apparire “forte” non desidera rivelare la paura ansimando o affannando, ciò stabilisce una connessione stretta tra la paura e l’angoscia.





venerdì 2 dicembre 2016

Nascita di una nevrosi

foto di Martin Stranka




"Chiunque può sopportare un dolore,
tranne chi ce l'ha"
(William Shakespeare)




Il ventre piatto e i glutei tesi riducono il coinvolgimento addominale nei movimenti della respirazione.

L’onda inspiratoria comincia nel ventre e si muove verso l’alto, fino a raggiungere la gola e la bocca, innescando l’inspirazione. L’onda espiratoria procede nella direzione opposta. Ogni area di tensione blocca l’onda respiratoria e riduce la percezione della pulsazione.

Le tensioni si sviluppano nell’addome per ridurre le sensazioni sessuali, controllare le funzioni escretorie e diminuire, durante la prima infanzia, il dolore di un pianto che non riesce a evocare una risposta positiva da parte dei genitori. Le tensioni diaframmatiche provengono dalla paura e innalzano le costole inferiori, creando un anello di tensione intorno al busto.

Una parete toracica rigida ridurrà le sensazioni legate al cuore e ne deriveranno limitazioni delle sensazioni legate a questo centro energetico e sentimentale.

La rigidità del busto è responsabile anche degli spasmi muscolari del cingolo scapolare, riducendo i movimenti del protendersi e del colpire. Anche questa parte del corpo è responsabile della limitazione di un’espirazione profonda che potrebbe evocare sentimenti dolorosi che risiedono nella zona pelvica, lasciando l’individuo sospeso e incapace di abbandonarsi.

Queste sospensioni corporee si traducono in illusioni mentali a cui il soggetto comincia a credere come fossero realtà emotive e psichiche. La sua capacità di abbandonarsi alla vera realtà del proprio dolore, della separazione e della frustrazione, si riduce sempre di più fino a sparire, trasformandolo in un individuo che vive in una propria realtà, difesa e illusoria.

Le tensioni della gola e del collo bloccano il pianto e le grida e riducono l’ingresso dell’ossigeno, abbassando il livello energetico disponibile.

Le tensioni alla base del cranio producono la spasticità dei piccoli muscoli occipitali e irrigidiscono la motilità della mandibola che viene mantenuta ritratta o protratta.

Una mandibola ritratta di solito denota una personalità inibita, mentre una mandibola protratta è caratteristica delle persone che sfidano e non vogliono cedere mai.
Il coinvolgimento, nella tensione generale del cranio e del collo, dei muscoli pterigoidei riduce in modo considerevole lo scambio energetico tra corpo e testa.

L’interruzione di uno scambio vitale tra testa e corpo mantiene il soggetto nelle proprie illusioni difensive, lo separa dalla realtà del suo corpo e della vita emotiva che risiede nelle sensazioni ventrali. Quest’anestesia ventrale interrompe il collegamento dell’individuo con le proprie gambe e il relativo contatto col suolo.


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In questo modo la persona non si muove più nella realtà ma solo nella propria percezione della realtà, distorta dalle immagini illusorie contenute nella sua mente. Le sue idee non nascono più dalle sensazioni che provengono dalla spinta delle gambe, dal bacino, dall’addome e dall’onda respiratoria, ma sono il frutto di una mente chiusa in se stessa e isolata dalla realtà.