giovedì 23 febbraio 2017

Una tranquilla vulnerabilità

Robert Redford by Platon



Bisogna aver ricordi di molte notti d’amore e occorre essere stati vicino a moribondi e aver sentito grida e pianti. Bisogna essere in grado di ripensare a strade in regioni sconosciute e a incontri inattesi, a giorni d’infanzia ancora inesplicati e ancora non basta. Non basta aver ricordi. Bisogna saperli dimenticare e attendere con grande pazienza che tornino. Perché i ricordi in sé non sono sufficienti. Solo quando si sono trasformati in sangue dentro di noi, in sguardo e gesti, anonimi e indistinguibili da noi, solo allora potrà accadere che nella più rara delle ore, da loro s’innalzi la prima parola di un verso” (Rainer Maria Rilke, 1949).

La consapevolezza è un processo nel quale è centrale la congruenza fra ciò che viene espresso e ciò di cui viene fatta esperienza interiormente. Congruenza fra fare e dire, fra sentire e pensare.

La psicoterapia sostiene l’individuo in questo processo e alimenta la vivacità dell’immaginazione, l’incontro vitale col mondo, la curiosità pura. Alimenta la capacità di leggere qualcosa di straordinario nelle cose semplici o di identificare qualcosa di semplice nell’apparente complessità dell’espressione di una persona.

La psicoterapia integrata interviene sulla sensazione e sulla consapevolezza del paziente senza aggirare le resistenze, ma integrando il lavoro corporeo con la consapevolezza e il significato delle scelte.

Si parte dalla consapevolezza di sé, includendo l’esperienza corporea del sé fisico e nel momento in cui si presta attenzione all’aspetto corporeo, questo si modifica e, allo stesso tempo, avviene un cambiamento a livello della consapevolezza: per esempio il paziente percepisce che quando riempie d’aria il torace si sente grande e forte o quando lo sgonfia prova vulnerabilità o rimorso.

Il cambiamento muscolare-scheletrico e il cambiamento posturale accrescono la consapevolezza e il senso delle proprie scelte, la complessità e la ricchezza interiori. Questi cambiamenti sono globali, coinvolgono l’intero organismo e sembrano rimanere stabili per molti anni.

L’intero processo della psicoterapia integrata fornisce anche sostegno alla resistenza considerandola una parte integrante del sé e le offre una voce somatica necessaria al paziente per imparare che si tratta di un’espressione di sé alla quale è concesso di emergere consciamente, come scelta, in maniera deliberata.

La resistenza è vista come una parte rinnegata del sé-corpo, che necessita di essere portata alla consapevolezza e reintegrata nel funzionamento totale della persona.


Il grounding respiratorio permette un contatto naturale con i propri processi vitali, l’assetto emotivo e la comunicazione con l’ambiente. Il soggetto recupera in questo modo una postura corporeo-emotiva di base che permette la formazione del pensiero e la congruenza dell’esperienza. Questa postura è la sensazione di tranquilla vulnerabilità.





domenica 12 febbraio 2017

Giallo Carnevale





Il giallo è il più vivo dei colori primari e il suo effetto è di luce e di energia. 

Il giallo aumenta la pressione del sangue, la frequenza delle pulsazioni e la respirazione in modo simile al rosso ma è meno stabile in questa sua azione. Le caratteristiche principali del giallo sono la brillantezza, la riflessività, le qualità radianti e un tipo di allegria che è più apparente che sostanziale. 

"Il giallo esprime l’affettività non inibita, aprirsi e rilassarsi. Rappresenta il rilassamento, la dilatazione e psicologicamente indica il liberarsi dai problemi, dai fastidi e le restrizioni.
Il giallo corrisponde simbolicamente al caldo piacevole del sole e allo spirito felice" (Luscher M., 1969). 

La sua percezione sensoria è l'acutezza, il suo contenuto emotivo sono la speranza e l'ottimismo, i suoi organi/bersaglio sono il sistema nervoso simpatico e parasimpatico. L’attività del giallo è incerta e tende ad essere priva di coerenza e di un disegno pianificatore. 

"L’individuo giallo" può essere molto energico nel darsi da fare ma la sua attività si manifesta a sprazzi. Egli parla spesso di un desiderio di rilassarsi e nutre la speranza di una maggiore felicità, oltre a percepire la presenza di un conflitto da cui è necessario liberarsi. 

Il giallo spinge in avanti verso il nuovo, il moderno, verso ciò che si deve ancora sviluppare, ciò che non è ancora formato. Nell'esperienza del giallo è presente un forte desiderio di fuggire dalle difficoltà esistenti, di trovare una via di uscita che porterà sollievo, ma c’è anche superficialità: il cambiamento per amore del cambiamento e una richiesta pressante di esperienze alternative. 

"L'individuo giallo" vuole ottenere un’alta stima da parte degli altri e non ha mai riposo, spingendosi sempre in avanti nell'affannoso inseguire le sue ambizioni. Dove il giallo è compulsivo, imperativo, obbligatorio, inevitabile, si può cadere nella trappola dell’invidia.

La persona che non apprezza il giallo vive una particolare condizione emotiva: le sue speranze sono andate deluse e si sta confrontando con un senso di vuoto, si sente isolata o tagliata fuori dagli altri. In uno stato d’animo così serio, le qualità di vivacità e di effervescenza del giallo sono vissute come inopportune e superficiali. Più profonda è la delusione più il rifiuto sarà marcato. 

Il giallo rifiutato implica che la vita convulsa ha dato luogo a delusione e alla sensazione che le speranze non saranno realizzate. Questo tumulto può prendere forma di irritabilità, scoraggiamento o mancanza di fiducia e sospetto verso gli altri e i loro intenti. 

Se consideriamo quante persone mantengono e raggiungono obiettivi nella vita solo per le loro speranze e attese, si apprezzerà allora quanto devastante sia l’effetto della mancanza della speranza, e che il giallo rifiutato rivela un impoverimento allarmante di molti aspetti della vita. Il giallo rifiutato significa pertanto un tentativo di proteggersi contro l’isolamento, altre perdite o delusioni.







giovedì 2 febbraio 2017

Sentimento Blindato


"Berlin at Hasted Kraeutler" di Erwin Olaf - 2012



Wilhelm Reich parla di armatura caratteriale per comprendere in modo dinamico la funzione del carattere della persona.

Secondo una concezione economico/sessuale l’Io dell’individuo durante il conflitto fra pulsione e paura di punizione, assume una specifica struttura difensiva.

Per realizzare la limitazione della pulsione imposta dal mondo sociale e per padroneggiare l’ingorgo di energia che ne risulta, l’Io deve modificarsi. Il processo è interamente causale.

L’Io, la parte esposta della persona, s’indurisce quando si trova in una situazione conflittuale fra bisogno personale e mondo esterno minaccioso; acquista uno stile reattivo cronico che funziona automaticamente. La persona acquista il suo carattere.

L'individuo ha dovuto acquisire certe caratteristiche per gestire e padroneggiare angosce e aspettative, ma se fino a una certa età l'armatura caratteriale può dare dei vantaggi di potenza e determinazione, con il passare degli anni diventa sempre più un ostacolo alla completa realizzazione della persona. 

I bisogni adulti e la completa maturazione del talento naturale della persona troveranno nell'armatura un blocco e una serie di divieti imposti dai bisogni di difesa e protezione dall'angoscia che, anni prima, la persona ha dovuto erigere. 

La personalità affettiva si corazza e i colpi provenienti dal mondo esterno e le esigenze dei bisogni interiori si appiattiscono e s’indeboliscono urtando contro l’armatura.

L’armatura ha la funzione di rendere l’individuo meno sensibile al dispiacere, ma limita anche la sua mobilità affettiva e aggressiva e diminuisce la capacità di realizzazione e di piacere.

L’Io è meno mobile, più rigido e dal grado di spessore dell’armatura dipende la capacità di ordinare l’economia delle energie. 

L’armatura caratteriale consuma energia perché si mantiene con il continuo consumo di forze affettive, cioè vegetative che altrimenti (nel caso di una loro inibizione motoria) potrebbero produrre angoscia. In questo modo l’armatura caratteriale adempie alla funzione di elaborare e consumare l’energia vegetativa.

Dallo smantellamento analitico-caratteriale dell’armatura spesso emerge un’aggressività legata.

Quando nell’analisi del carattere si riesce a liberare l’aggressività contenuta nell’armatura, si libera anche angoscia. L’angoscia può essere trasformata in aggressività, così come l’aggressività può essere trasformata in angoscia.

L’inibizione dell’aggressività e l’armatura psichica si presentano insieme a un tono aumentato, spesso una rigidità della muscolatura delle estremità del corpo e del tronco.

I pazienti affettivamente bloccati, quando sono sdraiati, appaiono rigidi. Una modifica della loro tensione muscolare risulta un’operazione complessa.

Se si dice al paziente di rilassarsi volutamente, la tensione muscolare viene sostituita da inquietudine. In altri casi i pazienti eseguono involontariamente movimenti di diverso tipo la cui inibizione provoca immediatamente sensazioni di apprensione.

Questo stesso tipo di osservazioni indusse Ferenczi a costruire degli interventi tecnici attivi. Egli scoprì che l’impedimento di reazioni muscolari croniche aumenta l’ingorgo.

Reich collega questo fenomeno a qualcosa di più complesso di semplici modifiche quantitative dell’eccitazione. Egli si riferisce all’identità funzionale fra armatura caratteriale e ipertonia muscolare (rigore muscolare).


“Ogni aumento del tono muscolare, verso la rigidità, è un segno che un’eccitazione vegetativa, l’angoscia o la sessualità sono state legate. Se si manifestano sensazioni genitali, parecchi pazienti riescono ad eliminarle o ad attenuarle con l’inquietudine motoria; è esattamente ciò che accade quando si elaborano sensazioni di apprensione. Pensiamo alla grande importanza che riveste l’irrequietezza muscolare nella prima infanzia come scarica di energia” (Reich W., Analisi del carattere, 1949)  




domenica 29 gennaio 2017

Questo posto sono io

"Hairdressers in the Sun" di Robert Doisneau - 1966




Ogni gruppo attende una comunicazione, esplicativa di accadimenti esterni, che introduca nel suo perimetro strutture, regole e una fisionomia delle sue appartenenze.

L'individuo contribuisce alla collettività gruppale e l'espressione della somma dei contributi definisce nuove qualità. L'insieme dei contributi ritorna al singolo come forma amplificata dell'attitudine a partecipare e condividere.

Nel gruppo questi atteggiamenti raggiungono la soglia della percezione per effetto della proliferazione dei processi di auto-rappresentazione dell'individuo. Il membro del gruppo processa la sua esperienza tante volte quanti sono gli altri membri del gruppo, più uno: l'entità costituita dal nuovo insieme è il processo primario, iniziale e imprescindibile che consente il confronto e il dibattimento inter-soggettivo.

Nello scenario gruppale, l'intra-soggettivo (con il quale non intendo esclusivamente l'intra-psichico, ma anche e soprattutto l'intra-corporeo, riconoscendo al gruppo la capacità di attivare condizioni fisiche e fisiologiche, oltre a stati psichici connotati, che rendono il vissuto particolarmente riconoscibile) assume valore di luogo. La definizione, che accoglie il pensiero che il soggetto possa diventare contenitore non del gruppo ma della gruppalità, esprime l'idea che il volume dell'intra-soggettivo funga da spazio-parlante. 

Nell'etimologia incerta della parola luogo (forse dal latino locu) e dalla stessa incertezza sul termine latino locutus, che è la radice etimologica di locuzione, deriva il significato di un luogo che l'intra-soggettivo occupa nel gruppo e una sua identità locutiva: quella di produrre enunciati dotati di senso.

Il locutore (il parlante) è il luogo della gruppalità e il locus è la posizione fissa che occupa nel gruppo (locus, da locu, indica la posizione fissa che un determinato gene occupa sul cromosoma). La sequenza dei locus, la con-catenazione degli eventi verbali e la definizione del ritmo in un tempo del gruppo, introduce la narrazione e il dialogo, intra-soggetto e inter-soggetto.

Il legame associativo attraverso il quale si forma il gruppo si basa su due processi combinati: un processo di cooperazione nella realizzazione di un'intenzionalità collettiva; un processo di fissazione e di stabilizzazione dei contenuti di pensiero delle persone impegnate nell'azione collettiva, che crea un grado di sapere reciproco necessario al processo precedente” (Trognon, 1991).

Gruppo da gropponodo, derivati dal latino cruppa: insieme di cose o persone riunite, accostate una all'altra.
     
La partecipazione alla vita di gruppo degrada l'individuo, rende i suoi processi mentali simili a quelli della folla, la cui brutalità, inconsistenza  e irragionevole impulsività sono state il tema di tanti scrittori; tuttavia, soltanto con la partecipazione alla vita di gruppo l'uomo può diventare completamente umano, soltanto così può sollevarsi al di sopra del livello del selvaggio” (McDougall, 1920).





lunedì 23 gennaio 2017

L'individuo paradossale

"L'uomo che non c'era" di Joel e Ethan Coen - 2001




Il barbiere deve radere, sempre e solo, quelli che non si radono da soli e mai chi si rade da sé. Se egli rade se stesso, non può; se non rade se stesso, deve farlo. Il barbiere non può esistere. Questo è il paradosso di Russell.

Il comportamento del bambino entra nel paradosso e non riesce a uscirne, perché si trova nel campo affettivo della relazione con la madre, che gli impone di confrontarsi con le ingiunzioni affettive paradossali e non poterle evadere.

Se il bambino diventa se stesso e autonomo, non può; se non lo fa, deve.
Il campo affettivo ambivalente e la condizione psichica paradossale sono particolarmente evidenti nella primissima età scolare. Le potenti angosce che il bambino vive segnalano il dramma soffocante del paradosso autonomia/dipendenza nel quale si trova.

Si potrebbe uscire dal paradosso del barbiere lasciando crescere la barba, ma il paradosso persisterebbe e inchioderebbe il barbiere alla sua identità contraddittoria se egli fosse un soldato e l’ordine gli fosse dato dal suo comandante. L’ordine non si può ne discutere ne interpretare.

La condizione fondamentale per incastrare l’identità autonoma di un individuo è la qualità affettiva del campo relazionale nel quale le comunicazioni hanno luogo. Minore è il grado di creatività concesso, maggiore è la possibilità che l’ingiunzione paradossale abbia successo.

Una madre regala al figlio due magliette, il figlio ne indossa una, la madre dispiaciuta gli dice: “Che peccato, l’altra non ti piace?!”

In un campo affettivo costruito con queste caratteristiche, nessuna scelta è possibile perché ogni scelta è un errore e provoca senso di colpa. Il figlio per evitare questa frustrazione non sceglie e rinuncia alla propria autonomia.

L’individuo è incastrato nel paradosso affettivo come il barbiere dall’ordine del suo comandante. In queste condizioni l’individuo non può esistere. Egli è se stesso se e solo se egli non è se stesso.

Ma siamo ancora alle derivazioni esistenziali del paradosso di Russell nella sua prima formulazione, quella del 1901.

Una seconda formulazione, risalente al 1918, viene estesa agli insiemi e comporta interessanti implicazioni culturali. A questo punto il paradosso diventa un’antinomia e si esprime così:
L’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso”.

Le derivazioni di questo pensiero riguardano l’identità e la qualità specifica dell’individuo, inteso come insieme complesso, fisiologico e culturale.
Essere se stessi se e solo se non si è se stessi.
Sembra una follia eppure i concetti di resa della bioenergetica e di trascendenza di alcuni culti esprimono lo stesso significato.

È un livello ultra-raffinato di esistenza nel quale si fa evolvere l’esperienza del controllo fino alla sua negazione paradossale, cioè la condizione del dominio.
E’ la dominium ex iure Quiritium codificata dai romani dell’era imperiale per regolare il rapporto tra l’individuo e la proprietà.

E’ necessario un controllo volontario quando una cosa, una funzione, un processo non appartengono completamente all’individuo. La graduale confidenza e padronanza permettono una dominazione degli eventi tale che, le procedure e la relazione, possono passare a un livello più profondo e inconscio dell’attività psicofisica dell’individuo.

Una volta stabilita questa particolare forma di relazione, nella quale i processi seguono un corso fluido e naturale, reinserire modalità di controllo più cosciente può risultare d’intralcio e disfunzionale.

Ormai la relazione ha una sua fisionomia specifica derivante dall’incontro delle qualità in campo e il soggetto, per essere completamente pieno nella sua esperienza di contatto con la realtà, deve rinunciare a essere “solamente” se stesso e abbandonarsi al campo al quale ormai appartiene.


Ciò è valido nella guida di un’automobile, nel funzionamento di una relazione ma anche in alcuni processi di evoluzione che si attraversano in un percorso psicoterapeutico.







giovedì 19 gennaio 2017

Parla con me


"Her" di Spike Jonze - 2013


"Per milioni di anni il genere umano 
ha vissuto come gli animali.
Poi è accaduto qualcosa che ha liberato
la forza della nostra immaginazione.
Abbiamo imparato a parlare"
(Stephen Hawking)



La postura fisica e psichica di una persona è l'insieme delle forze che perturbano la dinamica dei suoi movimenti.

Queste forze si dividono in esogene (traumi esterni) ed endogene (atteggiamenti di compenso antalgici, strutturali, disfunzionali della fisiologia dei sistemi sensoriali, ecc.).

Tutti gli apparati sono necessari al fine di permettere il mantenimento della posizione eretta, della deambulazione o dei passaggi posturali; ma vi è sicuramente una predominanza o specificità della funzione. Come in biologia, dove ogni tipo di funzione è presente nella cellula, ma la sua appartenenza a un tessuto ne fa risaltare la funzione dominante (funzione contrattile, di conduzione, di trasporto, ecc.) in rapporto al compito che il tessuto deve svolgere all’interno dell’organo.

Un esempio sono gli automatismi neurologici di origine sottocorticale (quindi inconsci) che sono alla base degli atti volontari (consci) nel compimento di qualsiasi movimento: senza questi automatismi strutturati durante la nostra ontogenesi, le nostre abilità manuali fini, la capacità di fuga o anche il semplice camminare non sarebbero realizzabili.

Quello che percepiamo del movimento è solo la parte emersa e il risultato finale di una grande quantità di meccanismi chimico-fisici interni al corpo, a partenza cellulare.

Questo sistema ha bisogno di un equilibrio nella massima economia metabolica possibile: è una legge di sopravvivenza biologica che riguarda tutto il mondo animale. Ma fino ad ora sappiamo che l’uomo forse è l’unico ad avere una possibilità in più per la propria sopravvivenza, costituita dalla capacità di comunicare con i propri simili a un livello superiore, cioè a metacomunicare.

La raffinatissima vocalizzazione umana è permessa da strutture che si sono adeguate a un’evoluzione di carattere antigravitario.

La postura umana è una funzione derivante dalla comunicazione verbale e gestuale.

Quale ruolo svolge l’osso ioide nella fisiologia della postura?



osso ioide



Anatomicamente l’osso ioide è a forma di ferro di cavallo; sopra ha due protuberanze dette piccole corna. La porzione delimitata tra le due piccole corna in senso mediale è il corpo dello ioide; le restanti parti pari e simmetriche che si allungano postero-lateralmente, sono le grandi corna. Solo in età adulta le varie parti che lo compongono si saldano insieme.

Topograficamente lo ioide è posizionato supero-anteriormente alla cartilagine tiroidea della laringe e infero-lateralmente alla mandibola. È collegato, attraverso connessioni muscolari, legamentose e membranose, a molte strutture mobili del corpo. Sull’osso ioide c’è lo spazio per 24 inserzioni muscolari pari e simmetriche e a 9 inserzioni membranose-legamentose. Ciò dà allo ioide un ruolo fondamentale nel bilanciamento delle dinamiche posturali e funzionali.

La somma algebrica vettoriale delle tensioni dei muscoli, dei legamenti e delle fasce che s’insertano sull’osso ioide, lo rendono un punto di snodo centrale per la masticazione, la deglutizione e la fonazione.

Rispetto a tutti gli altri animali e anche agli stessi mammiferi, l’osso ioide nell’uomo passa da una posizione più craniale (come si rivela negli scimpanzé e nei neonati degli essere umani dove è necessario potersi alimentare e respirare contemporaneamente) a una posizione più caudale (dell’adulto), dilatando la faringe a beneficio di un’emissione vocale più fine e complessa.

L’osso ioide segue un’evoluzione strutturale e morfologica parallela all’allontanamento del baricentro corporeo dalla base di appoggio. Permette a strutture anatomiche di evolvere strutturalmente e morfologicamente per arrivare a una comunicazione fonetica complessa e ha il compito di preservare la laringe da compressioni nei movimenti di torsione, di flesso-estensione o d’inclinazione laterale del capo, in rapporto al cingolo scapolare.

L’osso ioide è un ripartitore di forze vettoriali pluridirezionali e funziona come un centro frenico densificato.

“Che senso avrebbe una struttura ossea in una zona a predominanza organo-viscerale, se non quella di concentrare e ripartire tensioni mio-fasciali e pressorie indotte e di elevata potenza rispetto al volume?” (Macrì G.; Macrì P.; Panero A., 2014)





giovedì 12 gennaio 2017

Soluzione o Maturazione?

"Truman Capote" foto di Irving Penn - 1965




Due tipi di persone possono bussare alla porta di uno studio di psicoterapia: la persona col problema o la persona in crisi.

Il primo tipo di persona, che diventerà il paziente di tipo “A”, sa esattamente qual è il problema e cosa s’aspetta che lo psicoterapeuta possa fare in proposito. 
A questo punto lo psicoterapeuta si trova in questa situazione: il paziente “A” vuole che lo psicoterapeuta “X” faccia un lavoro che “A” non vuole fare personalmente, oppure sente di non avere i mezzi per farlo, oppure preferirebbe che lo facesse “un esperto”.

Il paziente “A” vuole sfruttare la competenza tecnica dello psicoterapeuta, la sua formazione e la sua abilità. Egli potrà guardare al terapeuta per avere una conferma o l’approvazione per qualcosa che egli già conosce ma di cui non sa convincere gli altri, oppure perché gli vengano fornite le tecniche utili a raggiungere un obiettivo.

Il paziente “A” è un soggetto che tende a utilizzare una forma di pensiero iper-concreto, con le seguenti caratteristiche:

-       Il pensiero è un prodotto del pensare; esso si sviluppa dal pensare
-       Il pensiero richiede un pensatore; esso deve la sua esistenza a un pensatore
-       Il pensiero può essere posseduto come un oggetto: i “miei” pensieri, i “tuoi” pensieri
-       Il pensiero può essere utilizzato e manipolato secondo esigenze specifiche
-       Il pensiero può essere vero o falso
-       Il pensiero richiede esegesi: spiegazione, giustificazione e dimostrazione
-       Il pensiero può essere insegnato
-       Il pensiero può essere controllato, cioè averlo, scartarlo o svilupparlo come si preferisce.

Il secondo tipo di persona, quella in crisi, diventerà il paziente di tipo “B”.
Egli sembra alquanto incerto su quale sia il suo problema. Può raccontare una storia che può far sentire incerto anche lo psicoterapeuta e che richiede del tempo per essere focalizzata. Il paziente di questo tipo sta sperimentando un senso di frustrazione, di perdita di punti di riferimento, d’inquietudine; si divide in questa esperienza, vale a dire che essa è interna ma anche esterna all'esperienza soggettiva.

Egli annuncia di avere la consapevolezza di una crisi in atto e di sentire che qualcosa sta aspettando di essere trovato e formulato nel corso dell’esplorazione e dell’interpretazione durante la terapia.
Il paziente “B” è un soggetto che tende a utilizzare un tipo di pensiero fluido, dalle caratteristiche sensoriali accentuate:

-       Il pensiero non è il prodotto del pensare, ma si evolve attraverso la comunicazione del pensiero stesso
-       Il pensiero non richiede l’esistenza di un pensatore, sebbene un pensatore sia necessario per riceverlo e renderlo pubblico
-       Il pensiero non è oggetto di possesso, non è una proprietà: non ci sono “miei” pensieri o “tuoi” pensieri
-       Il pensiero non è vero o falso, semplicemente esiste
-       Il pensiero non richiede un’esegesi, ma la pratica della consapevolezza
-       Il pensiero non può essere insegnato ma può solo essere mostrato
-       Il pensiero non può essere controllato ne sviluppato, ma piuttosto è il pensiero che ci controlla e ci sviluppa

Il paziente “B” funziona secondo una modalità di pensiero collettivo che va chiarito perché rappresenta un concetto poco consueto nella nostra cultura del possesso.

Il pensiero è oggetto di esperienza emotiva e fa sentire la sua presenza inizialmente come qualcosa d’assente, di non lì e cioè un non-pensiero. Questo tipo di pensiero emerge da qualcosa di sconosciuto, che è sentito come frustrazione, limitazione, oppressione, terrore o mistero e questa cosa sconosciuta comincia a prendere forma attraverso un’esperienza simile all’essere raccontati a se stessi.

Il racconto a se stessi è comunque sempre in connessione con un’altra persona, un gruppo, un’istituzione, una società, un mondo.

Questo pensiero è di tipo sistemico. E’ un’esperienza percettiva/sensoriale/intellettuale sempre contestuale, collettiva, mai “privata”. C’è sempre la presenza implicita dell’altro, interiormente ed esteriormente.

Il pensiero non è mai un linguaggio personale completamente privato, così come lo concettualizza Wittengstein, ma una realtà psichica collocata sempre in ambiti di relazione” (Armstrong D., 1988).